Accusata di razzismo, Gucci rimuove un maglione dalla vendita.

 Il capo di abbigliamento in questione richiama fortemente le rappresentazioni di caricature dei neri nell’era coloniale

REDAZIONE, 07 FEB – Gucci il marchio molto rinomato nel mondo del lusso è stato accusato di “blackface” dopo aver venduto un maglione nero con una bocca rossa oversize sul colletto; un’ immagine di una rappresentazione usata nelle caricature razziste dell’era coloniale. Il Blackface, in senso stretto, infatti è uno stile di makeup teatrale che nel XIX secolo consisteva, e volendo consiste, nel truccarsi in modo marcatamente non realistico per assumere le sembianze stilizzate di una persona di pelle nera. Rapidamente individuato dagli utenti di Internet, il maglione, venduto per la modica cifra di 890 dollari (circa 785 euro), ha suscitato polemiche sui social network. “Buon mese di storia nera”, ha detto una giovane donna sotto uno screenshot del capo. “Hanno anche una maschera di corrispondenza, quindi puoi fare una faccia nera di classe senza irritarti con la vernice.” Di fronte alle critiche, il marchio ha deciso di ritirare il suo maglione dalla vendita. “Gucci si scusa per l’oltraggio causato da questo maglione”, ha scritto sul suo post di Twitter. “Riteniamo che la diversità sia un valore fondamentale che deve essere pienamente difeso, rispettato e posto in prima linea in tutte le decisioni che prendiamo.” Siamo veramente impegnati ad aumentare la diversità all’interno della nostra organizzazione e a considerare questo incidente come un’importante lezione per il team Gucci “. Un’altra gaffe razzista, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. che rischia di pesare sull’immagine di della casa di moda italiana, una tra le più attive nei settori di alta moda e articoli di lusso al mondo. Mentre la nostra associazione si aggiunge alle altre forze che contrastano il fenomeno del razzismo, e al tempo stesso si pone come catalizzatore di quelle forze. In Italia il monitoraggio della pubblicità è affidato all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. Il codice dello IAP stabilisce, tra l’altro, che essa deve: “rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”. Partendo da questo principio, lo “Sportello dei Diritti” quando individua uno spot manda una mail allo IAP affermando che esso contraddice quella norma. Il vantaggio di indirizzare le proteste a questo istituto è che così facendo ci rivolgiamo alle imprese, cioè a chi pianifica e sdogana le réclame. Il nostro intento non è la soppressione di un singolo spot particolarmente denigrante, perché ciò equivarrebbe ad accettare implicitamente tutti gli altri, ma quello di fare continua pressione perché l’intero fenomeno sia ripensato alla luce di una nuova sensibilità emergente.

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